Oggi vogliamo parlarti di un tema che riguarda sempre più persone: il cambiamento di carriera. Viviamo in un periodo storico in cui la ricerca di soddisfazione lavorativa è diventata una priorità. Non si tratta più di accontentarsi di un lavoro qualsiasi, ma di cercare un ruolo che rispecchi le proprie passioni, competenze e desideri. I cambiamenti di carriera, infatti, sono sempre più frequenti e desiderati, ma la domanda sorge spontanea: è davvero così semplice? Probabilmente no. Cambiare carriera richiede pianificazione, una buona dose di coraggio e una forte volontà di affrontare le sfide.
Abbiamo scelto di accompagnarti in questo viaggio attraverso le esperienze dirette dei nostri professionisti. In questo caso, con la storia di Fabio Gaigher, IT Project Manager, vogliamo mostrarti come un cambiamento di carriera possa rappresentare un’opportunità di crescita, evoluzione e realizzazione personale e professionale.
Ciao Fabio! Raccontaci brevemente il tuo percorso professionale.
Lavoro e studio si sono sempre influenzati fortemente, facendomi cambiare spesso direzione. Sebbene a prima vista il mio percorso può sembrare tortuoso e, qualche volta, del tutto irrazionale, oggi riesco a riconoscere un fil rouge. Nasco come Grafico e Sistemista factotum in un’azienda di accessori moda dove seguivo lo sviluppo prodotto in tutte le sue fasi, dalla prototipazione alla promozione, relativamente alla componente grafica e fotografica.
A causa della crisi del 2008, mi sono dovuto rimettere in gioco, ed entrai nel mondo retail come aiuto commesso. Nonostante non amassi il settore, intrapresi un lungo percorso di carriera che mi portò a diventare Store Manager.
Successivamente, fui contattato da un’azienda per risollevare il negozio e l’attività. Avevo carta bianca, così mi misi a studiare un pacchetto di soluzioni software e approntai un intero piano di digitalizzazione e dematerializzazione aziendale, ridefinendo i processi produttivi e abbracciando i valori dell’Agile e della produzione lean, con conseguente abbattimento delle percentuali di errore nelle fasi produttive, e di conseguenza gli sprechi. Quando il covid ha fermato tutto, cominciai a chiedermi se non fosse davvero troppo tardi per tentare un cambiamento. Volevo rientrare nel mondo IT: ma ormai avevo 40 anni e la maggior parte della mia vita professionale l’avevo passata nei negozi. Così, cominciai a fare networking, a cercare i contatti giusti, a studiare qualsiasi cosa potesse portarmi ad acquisire una hard skill in più. Per fortuna non ho mai abbandonato la passione per la materia informatica, quindi rimettere mano ai linguaggi di sviluppo, anche dopo 20 anni, non è stato così complesso. Frequentai un corso full stack e il networking diede i suoi frutti: mi proposero una posizione Sales nel settore nascente del metaverso, ma dopo tutto l’iter di selezione, videro in me più un Project Manager che un Sales. Decisi di accettare la sfida. Ho studiato molto, imparato sul campo, sbagliato e corretto il tiro. Anche questa esperienza si è conclusa da poco e ora sono in procinto di affrontare una nuova sfida!
Cosa ti ha spinto a cambiare carriera?
Due motori principalmente: l’insoddisfazione e la stabilità. Oltre ovviamente a una componente di passione. Essere insoddisfatti del proprio ruolo, azienda, ambiente, o della propria carriera in genere, è uno stato d’animo che spesso si cela nella routine del lavoro, generando una frustrazione latente, che quando emerge esplode poi tipicamente tutta insieme. E questo mi ha fatto arrivare al limite, spingendomi a valutare un cambiamento. L’altro motore è stato la stabilità: ricercavo il supporto di un’azienda solida, di poter avere uno stipendio che mi permettesse di vivere serenamente e affrontare gli imprevisti. Stabilità è poter pianificare una famiglia. Sono temi sui quali la pandemia, da questo punto di vista, ci ha dato una bella lezione.
Quali sono state le maggiori difficoltà che hai incontrato durante la transizione?
In primis l’età, poi il lack esperienziale, che non è mancanza di esperienza, ma mancanza di esperienza in quello specifico ambito. Nel mio caso, questi aspetti si sono elevati alla massima potenza, facendomi vivere spesso un loop di frustrazione e continui rifiuti per i più svariati motivi. Spesso mi chiedevo come avrei potuto fare quella prima esperienza se nessuno mi permetteva di farla. Molti mi hanno suggerito di mentire sul CV, ma io non ne sono capace. Ho deciso, quindi, di cogliere l’opportunità di entrare all’interno di una startup: soluzione rischiosa, sì, ma chi risica non rosica.
Come hai affrontato le incertezze e i dubbi legati al cambiamento?
Ho fatto molta autoanalisi, meditavo da mesi, forse anni un cambiamento. Valutavo i pro e i contro, ma sempre con una certa dose di leggerezza. Poi è arrivata una pandemia a darmi la spinta. Da quel momento non ho più cercato continuità col mio precedente lavoro: ero entrato nella fase della consapevolezza. Ho preso una decisione e ho ascoltato e osservato amici e conoscenti già addentrati nel percorso che volevo intraprendere. Ho valutato rischi, ostacoli, imprevisti, e ho messo impegno e la giusta faccia tosta che ci vuole per uscire dalla propria comfort zone. A un certo punto ho smesso di domandarmi se avrei potuto farcela, e mi sono semplicemente imposto di farcela. Non è stato facile però, e fino all’ultimo non avevo alcuna certezza di una buona riuscita, questo va detto. Ero solo sostenuto da tanta perseveranza.
Hai avuto il supporto di familiari, amici o colleghi durante il percorso?
Il confronto con gli affetti è stato fondamentale: la mia compagna è stata sempre la prima ad ascoltarmi e a supportarmi. Mi ha incoraggiato tantissimo, accettando lei stessa di vivere facendo qualche sacrificio in più, ma ha avuto tanta fiducia in me e pazienza, non mi ha mai messo fretta o fatto vacillare, e non saprei proprio come avrei fatto senza questo appoggio da parte sua. Altre persone, anche amici che mi spingevano a cambiare, spesso non riuscivano a capire la dinamica che il mio cambiamento professionale implicava, portandolo talvolta a banalizzarlo. Questo per dire che anche nel cercare supporto, bisogna fare un’attenta selezione.
Hai chiesto il supporto di qualcuno, come un consulente di orientamento? Se sì, in che modo ti è stato utile? Se no, pensi che oggi potrebbe esserti stato d’aiuto?
Sì, e ho incontrato alcune persone che sono state fondamentali. Ho avuto l’aiuto di una professionista che mi ha supportato nel rivedere il mio CV in favore del nuovo percorso che volevo intraprendere, oltre a darmi degli ottimi consigli per riattivarmi dal punto di vista del networking. Mi ha spiegato come curare il mio profilo linkedin, come cercare il mio tone of voice. Ho trovato poi il mio equilibrio nell’interagire con la piattaforma e con gli utenti. Probabilmente grazie a lei, ho conosciuto un’altra persona per importante, personalità chiave nel mondo HR, e oggi, anche ottimo amico. Questa persona aveva imparato a conoscermi oltre l’esperienza sul campo o i titoli di studio e mi ha messo in contatto con quella che sarebbe diventata una mia futura collega (e amica). Questo è il valore del networking.
Quali sono stati i pensieri e le emozioni che ti hanno accompagnato prima e durante questo cambiamento?
Paura di non farcela, paura di fallire, paura di non essere all’altezza, senso di inadeguatezza su qualsiasi fronte. Ma è un po’ come quando si prepara un esame, o si deve salire su un palco. Si sta malissimo finché non si apre il sipario. Poi per qualche secondo, o minuto, si sta anche peggio, la voce trema, ma il professore ascolta, la platea è in silenzio, la memoria si scalda, e finisce che tutto fila liscio come deve filare. Ora che la mia vita professionale è in mutamento perpetuo, la affronto più o meno allo stesso modo, prendendola di petto.
Spesso, si pensa che, quando si fa un cambiamento professionale, tutto ciò che si è fatto prima non abbia valore. Cosa ne pensi e quali competenze precedenti ti sono state utili nella nuova carriera e quali, invece, hai dovuto acquisire?
Pur non applicandole tutte o magari solo in parte, pur lasciandole marginali talvolta, tutte le competenze acquisite hanno lasciato il segno. Nell’essere un project manager ho modo di interfacciarmi con tanti stakeholder, e l’aver gestito precedentemente clientele di molteplici estrazioni culturali e sociali mi ha fornito un’enorme flessibilità comunicativa e linguistica. Ma non solo. Gli studi grafici, fotografici, le competenze nell’ambito dello sviluppo di beni di consumo, gli studi informatici e letterari, mi hanno permesso di interfacciarmi con team polifunzionali, assicurando loro ampia comprensione di ciascuna specifica tematica. Ho gestito in passato grandi team di vendita in ambito retail, risorse molto giovani, risorse molto più grandi di me. Le esigenze di ciascun lavoratore, legate ad eventi personali o professionali, e il rendimento, la stanchezza, il modo in cui tutte queste cose influenzano l’esercizio del proprio lavoro, non differiscono da un settore all’altro. Non importa dove hai imparato a conoscere le persone, l’importante è imparare a conoscerle. L’esperienza poi non è solo ciò che si è fatto in un passato, vicino o lontano, ma anche l’apprendimento del presente. L’access point in questa mia nuova dimensione IT è stato il metaverso. Ma in tutta onestà, non ne sapevo alcunché prima, e una nuova dimensione professionale ha richiesto comunque molto studio, ascolto attivo e iniziativa.
Qual è un consiglio che avresti voluto ricevere durante il tuo percorso?
Avrei voluto che qualcuno di mi avesse consigliato di rimettermi in gioco, correndo anche qualche rischio, prima di essere costretto a farlo. Avrei gradito qualche incoraggiamento in più.
La mia famiglia è meravigliosa, ma per certi versi molto conservatrice, legata al concetto del “posto fisso”, e all’idea del doversi tener stretto il lavoro che si ha piuttosto che cercare altro. Avrei voluto, invece che il motore principale fosse stato fin da subito la voglia di cambiare e il coraggio di farlo.
Qual è invece il consiglio che daresti a chi sta valutando un cambio di carriera?
È necessario ponderare bene la nostra trasformazione professionale, e identificare con assoluta certezza la destinazione prima di decidere quale strada prendere. Non per prudenza, ma perché il cambiamento richiede tempo, che notoriamente non è infinito, ed è necessario non mettergli fretta. Bisogna fermarsi soprattutto ad ascoltare se stessi. Bisogna accettare di fare qualche passo indietro, e questa accettazione deve necessariamente essere sostenuta da un buon grado di umiltà, pazienza, e disponibilità ad imparare. Poi, intendiamoci, come tutte le cose ci vuole anche un pizzico di fortuna, ma non si vince alla lotteria senza comprare il biglietto!
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